17 marzo 2009

Influsso XXXI° - Estro e Progettazione

Noto con mio grande piacere che la scadenza per il Trofeo RiLL è stata posticipata di un mese. Ottimo: proprio l'altra sera ho avuto un altrettanto piacere nel ritrovare l'ispirazione, ma visto che mancavano solo quattro giorni alla scadenza, mi chiedevo già come avrei fatto. Insomma, avrò tempo per rileggerlo ed eventualmente per farlo leggere preventivamente ad un fidato amico per una correzione oppure per eventuali critiche. Magari più di uno, via così. Non più di tre. Nello scrivere codesto racconto, che terrò ovviamente segreto, e nello sviluppare altre trame mi sono portato avanti nelle mie idee sull'estetica degli scritti: ovvero, come scrivere? Con che stile? Adottando quali modalità? Ebbene, devo ringraziare soprattutto delle persone che non esistono più ma che sono riusciti a portare le loro idee fino ai nostri giorni nonostante i millenni trascorsi: parlo dei greci. Sto seguendo un corso sulla Storia del Teatro Classico e devo dire che, nonostante il greco antico, mi sta elettrizzando; più per le idee che mi stanno nascendo in testa legate a queste tematiche che sulle tematiche stesse. Per quel poco che ho potuto comprendere i greci organizzavano le loro opere con una struttura che potevano poi riprendere e riproporre per poter andare sul sicuro. Nonostante ciò ogni scrittore, da Tespi a Meandro, partiva da una idea drammatica: odiernamente è un concetto che si avvicina molto a quello che è lo story-concept cinematografico. Tale idea veniva poi ampliata e organizzata secondo una struttura particolare, in versi, definita da Aristotele e cristallizzata da Eschilo. Ciò che mi ha colpito di più durante le lezioni di tale materia è stato quello di notare che alcuni versi venivano usati, soprattutto nella commedia, per riprodurre certe situazione; non solo: anche la scelta delle parole, i giochi di parole, il momento in cui un determinato personaggio entra in scena, molto di tutto ciò era dettato da una sorta di corrispondenza con la storia. Ho dedotto in via forse approssimativa che sia utile far coincidere l'andamento della parte linguistica e stilistica con quello del contenuto. Questo è un espediente ampiamente usato ovviamente: si usano i dialoghi per rappresentare le parte rapide, solitamente. E non sono pochi quegli autori che utilizzano descrizioni per evidenziare momenti di pausa. Ma esiste anche l'atto contrario: l'autore sovverte l'ordine o il tempo di narrazione della diegesi rallentandolo o accellerandolo. Cosa vuol dire? Che descriverò nei dettagli un proiettile che penetra la carne di un uomo mentre liquiderò in breve lo spazio di un mese in cui il protagonista si allena. Quale è il problema con questo sovvertire? Che a volte stanca il lettore, molto più che l'immediato primo metodo.La stessa cosa mi accade di notare nell'impaginare un giornale: una persona legge con meno fatica due o più colonne affiancate che una pagine intera a mo' di libro (e questo spiega anche come mai si leggano pochi libri in Itaglia! XD). Attenzione: non bisogna eliminare tali artifici, ma limitarli a determinati momenti. Dargli una vera finalità. Diventerà lento quella parte veloce della narrazione che è però fulcro e perno del libro mentre sarà liquidato quel periodo di tempo in cui nulla serve. Così se mi accorgo di aver narrato l'allenamento in due paragrafi, ma di aver insistito sui pensieri del protagonista in quel periodo tanto da occuparne altre sette, tanto vale unire tutto in nove paragrafi e inframmezzare i pensieri alle azioni. Diventa molto cinematografico, una sorta di narrazione diacronica, storica, storiografica. Qui però si pone un ampio problema che da tempo affligge la mia memoria: a cosa serve allora la letteratura? Cosa vuol dire scrivere un romanzo se poi lo creo partendo da basi cinematografiche? Tanto vale che io scrivi un soggetto ed una sceneggiatura per un film, mandandola ad un produttore tentando il tutto per tutto. Probabilmente la letteratura possiede quello che può essere definito come licenza artistica: all'interno della letteratura non vale il concetto cinematografico del Show, don't tell! Anche perchè il libro di narrativa non solo non deve avvalersene ma non può: il fumetto probabilmente, ma essendo un ibrido anche quello deve porre attenzione a non andare fuori strada, rimanendo in bilico fra i due modelli a cui si ispira. Quindi, creato uno schema, come in tutti i campi e i mondi possibli, è fattibili, anzi, a volte necessario infrangerlo, proprio perchè a volte è lì, nell'infrazione, che si trova la genialità, l'originalità. Definito un modello non lo si stravolge, ma lo si piega ai propri fini. Detto ciò un libro potrebbe ipoteticamente narrare un punto importantissimo a livello di trama in poche righe, addirittura non narrarlo. E l'ha già fatto qualcuno che non ricordo in un libro giallo in cui il protagonista è l'assassino ma viene rivelato solo in ultimo: si cela quindi il dettaglio fondamentale. A livello narrativo, a livello prosastico, molto spesso si utilizzano sequenze lunghe per frustrare il lettore e/o distoglierlo da un punto preciso per poi sorprenderlo. Ma attenti a non utilizzare troppo questa cosa. Anche narrare troppo rapidamente i fatti può trasformare un mattone di ottocento pagine in una merdina d'inchiostro e carta. Come dire: cosa accadrebbe se un mago, signore del male, scovasse in un bambino l'unico nemico che non può battere? Cosa accadrebbe se un americano comprasse via catalogo un regno medievale? Cosa accadrebbe se un ragazzino trovasse una delle ultimissime uova di drago e diventasse il cavaliere di quel drago? Capite dunque perchè alcuni libri possono essere scartati a prioria, almeno da alcuni: senza un'idea drammatica forte l'unica storia che può esserci è quella che si fonde sui personaggi. Ma se anche questi sono triti, ritriti e stereotipati, addio originalità. A me sinceramente era piaciuto il primo libro delle Guerre del Mondo Emerso poichè, nonostante la mancaza di una forte idea drammatica (che sarebbe: una ladra viene maledetta e vaga cercando una soluzione), si stagliava il personaggio di Dubhe all'interno di un territorio inesplorato: una setta. Lei faceva parte di una setta dove ritorna, dove si ferma, dove investiga, dove fugge. Insomma, l'ambientazione donava alla protagonista un certo vantaggio rispetto alla trama. Ma una volta mancata la giusta ambientazione, tutto si è andato sgretolando, almeno rispetto alla mia idea.

Non mi vogliano male gli juventini, sono un ex-tifoso della Signora...

Come dice spesso Morgan, però, il popolo è sovrano e se un libro che manca totalmente ti idee e di personaggi vende il motivo è duplice: ampia pubblicità e/o ampia semplicità. Intendiamoci: non è più, ahimè, l'epoca dei grandi romanzi letterari letti a qualunque livello. Ma non c'è mai stata un'epoca simile. Tuttavia sembrava probabilmente che con l'aumento del livello medio di cultura fosse aumentato il livello qualitativo dei romanzi. Ma non è così: la cosiddetta editoria di consumo miete moltissimi soldi ramazzando pochissima qualità. Il libro, ripete, dovrebbe essere quello che unisce pubblico e critica, quello che piace allo scrittore come anche all'operaio. E soprattutto bisognerebbe, se si vuole avere ampio successo, scrivere per coloro che solitamente non ci leggerebbero. Note in margine al testo sono queste: le riflessioni che sto portando avanti sono merito di molte cose che sto studiando ed ho studiato in Università ma anche di personali letture. Senza cadere nel patetico, è importante ricordare chiunque ti abbia anche minimamente influenzato. Sapere che persone che non esistono più, come il professor Vincenzo Buccheri, possono ancora dirti molto con i loro scritti mi fa sperare di diventare in un futuro un ottimo scrittore. Chiusa la parentesi, vi lascio e torno a dedicarmi alle mie idee... Umilmente, Spirito Giovane a.k.a. Daniele

 
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