21 maggio 2009

XXXVI° Influsso - Interpretazioni e Congetture

Ultimi Altarini – C'eravamo lasciati con una domanda principale: perchè qualcuno dovrebbe scrivere? Io ho una risposta ben fissa in mente che è la seguente: comunicare. Cosa? Una storia, un suo punto di vista, una scoperta, eccetera. Insomma, l'importante è che comunichi. Cosa comunica è la conseguenza della sua personalità: se è interessato alla storia farà dei saggi storici, se è interessato alla fiction scriverà romanzi, se vuole comunicare una novità o una notizia scriverà un articolo e via dicendo. Nel nostro particolare caso, scusate se vi annoio con le domande, ma il passo successivo è: perchè uno scrittore dovrebbe comunicare attraverso un romanzo? E soprattutto: perchè dovrebbero piacere a delle altre persone? Queste sono domande a mio parere importantissime ma senza risposta. Sono una persona così fatta: amo prima ragionare e poi agire. Dunque è logico che io crei questa serie di Influssi per definire quello che fare, per progettare. Non solo: è logico che io giunto verso la fine della serie rileggendo possa cambiare idea o comunque renderla leggermente differente da quella che avevo in mente. Per questo il ritardo di questo XXXVI° Influsso. Non ho cambiato molto dell'arrivo, soltanto ho inglobato anche quelle cose che ho letto ultimamente e che essendomi pervenute dopo la stesura degli Influssi non potevo sapere all'inizio. Interpretazioni e Congetture - Dunque arriviamo al punto: per comunicare al meglio la prima cosa che uno scrittore deve avere è, ovviamente,la Chiarezza. Non solo i passaggi devono essere chiari ma anche la linea diegetica, la sintassi, le descrizioni. Un lettore si aspetta quanto meno di capire qualcosa da quello che legge; ciò non vuol dire che debba essere al corrente di tutto, ma che bisogna non dargli modo di rileggere un passaggio perchè non ha capito. Ovviamente il tutto è soggettivo; non è facile, perchè dipende dalle conoscenze basilari del lettore. Ma tenete conto di una cosa che secondo me è utile: dato un certo numero di vocaboli per un romanzo, il vostro lettore ideale deve conoscerli tutti, con ovvie eccezioni. Su 7000+ parole di conoscenza quelle che una persona che legge non dovrà conoscere (il che implica neologismi e arcaicismi) saranno non più di 50. Questo perchè una persona che continua a prendere in mano un vocabolario si distrae, perde il punto della situazione; meglio se le parole possono essere comprese di significato attraverso il contesto. Ciò non vuol dire che uno scrittore debba autocensurare certe parole: è un consiglio per risultare chiari e non essere fraintesi; dipende dal lettore modello. Altro punto oltre all'interpretazione (che deve quindi essere, a livello sintattico, lineare e logica) è la congettura: un lettore da umano che sia pensa, riflette, su ciò che legge. Le congetture quindi del lettore dovranno essere concentrate su un unico target: cosa succederà dopo questa pagina?. Ciò non vuol dire che bisogna rompere ogni volta la narrazione con un colpo di scena; anzi: la storia dovrebbe proseguire in modo lineare alzandosi progressivamente mano a mano che ci si avvia verso il climax, che sarà la conclusione del racconto. Evitando quindi di complicarvi la vita con sintassi strane, descrizioni troppo intricate e termini forbiti, riuscirete a concetrare l'attenzione sulla diegesi. Qui arriviamo ad un altro punto che affronterò ampiamente nel prossimo Influsso: qual'è l'equilibrio esatto fra chiarezza e precisione? Meglio essere chiari e quindi meno avidi di dettagli, più vaghi, oppure spendere qualcosa a sfavore della chiarezza al fine di precisare, di mostrare? Umilmente, Spirito Giovane a.k.a. Daniele

18 maggio 2009

Intermezzo 17° - Ventun Modi per essere Iperattivo nella vita e troppo occupato per i Blog

Ok, questo Intermezzo doveva uscir fuori ieri pomeriggio, ma l'ho concluso oggi. Doveva uscire il 17 Maggio come 17° Intermezzo perchè ieri...ho compiuto ventun anni. Ma siccome l'apatia e lo spleen avanzano senza ostacoli alcuni nella mia vita, arriva oggi. Inoltre tale ritardo è in linea con il tema di questo post, dove narrerò le ventuno ragione per cui il Blog molto spesso ha riscosso periodi di morte totale. Ventuno brevi ragioni, non lunghissime. Concentrate. Eccovele. Prima Ragione - L'Amore. Ebbene si, sono fidanzato. E visto che sono della specie che all'Esselunga prende 8 perchè paga 2 e 1/2, oggi 18 Maggio è un anno che sono fidanzato con Ludovica. E' la prima ragione perché anche quando penso ad altro, fantastico, suono, canto, vivo, un piccolo angolino qui dentro nella mia testa bacata è questo: "Cosa farebbe Luvi al mio posto? Le piacerebbe?" o "Chissà cosa penserebbe!" oppure "Luvi di questo riderebbe, glielo devo dire prima o poi!". Quindi auguri a me & a lei e viva l'amore! Seconda Ragione - Gli Amici. Plurale obbligatorio perché ho due compagnie differenti e anche amici sparsi qua e là che rivedo anche soltanto per il mio compleanno (come succedette sabato sera). Ci sono gli amici del Giovedì&Venerdì con cui giochiamo a Requeim e/o D&D; poi ci sono amici e amiche che vedo in Università oppure al sabato sera; quindi abbiamo gli amici chitarristici, alcuni dei quali non vedo da una vita (Riky dove sei? XD), altri invece che ho sentito in questi giorni. E poi come ho già detto, gli Sparsi: Quelli che non ci risultano, oh yes! Quindi tante persone da vedere/salutare/ricordare/citare/dire/ridire/amare/odiare/eccetera. Terza Ragione - Il lavoro (o pseudotale). Lavoro? Ah, si. Do ripetizioni. E insegno chitarra (insegno? Ah, si). Bè, sei giorni a settimana ho praticamente il pomeriggio fottuto. Cioè, al martedì almeno ho libertà. Ma altri giorni, in pratica, pagandomi, lavoro. Certo, non mi spacco la schiena, però quel poco che fo cerco in pratica di farlo bene. Quarta Ragione - Chitarra. Suono chitarra, perciò la studio anche. Non quanto vorrei, ma abbastanza. Sperando che le mie idee chitarristiche possano in un prossimo futuro giungervi, vi dico che ho registrato mercoledì scorso la mia prima composizione ed incrociamo le dita. Quinta Ragione - La Burocrazia. Volevo fare una statistica tipo ISTAT, ma non ci sono riuscito. Comunque buona parte del tempo è burocrazia: carte, carteggio, salvare i dati, nominarli, ordinarli, conservarli. Burocrazia in senso ampio: anche la mia camera ogni tanto ha bisogno di una BUROCRATICA ripassata di aspirapolvere Sesta Ragione - Leggere. Anche le istruzioni dei farmaci. Leggo tanto, tanto che mi perdo in un bicchiere d'acqua. A volte mi perdo anche rileggendo otto volte quello che dovrei postare sul Blog! XD Altre invece leggendo libri o anche fumetti, di cui ho una mediocre collezione. Settima Ragione - Giochini in Flash/MAME. Metal Slug. Metal Slug 2. Metal Slug 3. Metal Slug X. Metal Slug 4. Metal Slug 5. E tutti gli altri giochi. Li ringrazio per avermi fatto perdere un muuuuuuucchio di tempo utile! XD Ottava Ragione - Film e Telefilm. I più vari e belli, al cinema o in TIVU', ma anche i filmati sul tubo o qualche telefilm in streaming. Più il tempo di caricarli che di vederli. Nona Ragione - Ascoltare Musica di qualsiasi tipo si voglia scivolando lentamente nel mondo dei sogni sul mio letto. Decima Ragione - Università. Oddio è nella decina per un pelo!!! My God. Però c'è dai, un po' di studio ogni tanto lo faccio, mi metto lì con i miei bellissimi (?) librini (??) universitari (???). Undicesima Ragione - Giochi di Ruolo. Tutto il tempo che passo a pensare a cosa idearmi nella prossima narrazione oppure anche le serate passate a giocarci directly. "Sgravato". (Alessandro Cassi) Dodicesima Ragione - Altri giochi. Tipo il photoplay, il biliardino & il biliardo (Ciao Ago!); le "figurine" di magic; la PlayStation oppure Sacred2 e Metin2. Ci gioco poco a questi però. Tredicesima Ragione - Gli urli della mamma. Quelli si che ti fanno abbandonare tutto lì dov'è e ti fanno correre giù a vedere "che cazzo ho fatto stavolta?!?". XD Tornando seri, a volte la Famiglia è un punto che non può essere tralasciato negli impegni quotidiani. Quattordicesima Ragione - Scrivere. Ogni tanto giuro che lo faccio. Prosa o Poesia. Quindicesima Ragione - Inchiostro. Bè, collaboro come impaginatore; nette, saranno una quindicina di ore al mese. Distribuite su 4-5 giorni. Sedicesima Ragione - Photoshop! Lo so usare abbastanza e a volte, non sempre, qualche richiesta me la fanno. Diciassettesima Ragione - Disegno. Non quadri, né fumetti. Simboli, loghi, ambigrammi, simbiontogrammi, cazzatine, scarabocchi, eccetera. Della serie, vorrei disegnare ma non ne sono (ancora) capace. Diciottesima Ragione - Internet. Mi attirano le notizie più vaghe, i siti più strani, le cose più originali. Oltre a Facebook, anche MySpace, Last.fm, i Forum, i siti di Band o film, eccetera. Dentro a questi anche tutte le mie letture di altri blogger, che trovate nel gadget qui a fianco. Diciannovesima Ragione - Dormire, mangiare, altro. Insomma, quello che di comune una persona dovrebbe fare. Ventesima Ragione - Fare progetti irrealizzabili. No comment. Ventunesima Ragione - Pensare, quello che faccio praticamente sempre; anche fantasticare, ideare, ipotizzare, progettare. Non che poi, come già detto qui sopra, ci riesca.
Umilmente, Spirito Giovane a.k.a. Daniele

15 maggio 2009

Influsso XXXV° - Lettore Semantico e Lettore Critico

Dopo l'assenza forzata causa malattia&impegni vari, eccomi al quarto passo della mia personale esplorazione. Buona lettura.
Norman Rockwell - Art Critic, 1955
Uno stato critico delle cose – Un passo ulteriore: oggigiorno l’autore non è più colui che istruisce la gente e che la guida, nella mia personale idea - con dovute eccezioni. Esiste una figura distinta che è stata creata dalla necessità: separare ciò che ha qualità da ciò che non ha qualità. Il critico credo sia nato per questo: orientare il pubblico verso la qualità. In parole povere, contrastare il volere della massa a favore del lettore, indicando a tutti gli individui quindi, e non ad una parte soltanto, quale sia davvero l’opera di qualità. Logico che alle persone non interessa il parere di una persona sul lavoro di un’altra persona: il pubblico critica già da solo, senza che ci sia bisogno di un intermediario. Ma quando le opere sono molte probabilmente la critica potrebbe essere quella voce che dice “Ehi, c’è anche quest’opera, politicamente o culturalmente screditata, ma che ha una sua validità”. Non voglio quindi sminuire il lavoro del critico dicendo che oggigiorno tutto ha preso una piega differente. Criticare ora significa non indicare la qualità ma decretare se un’opera piace o meno. Anche se alcuni critici non si permetterebbero mai di dirlo in pubblico, sento che per alcuni il diritto d’autore è un vero e proprio mito; ed in effetti le uniche licenze permesse al nostro tempo sono alcune metafore, qualche allegoria ogni tanto e rare figure retoriche contenuto in manuali di grammatica; alcuni si spaventano addirittura a sentire parlare di allegoria o di retorica. Quello che secondo me i critici non dovrebbero fare è battere "il testo in modo di adattarlo ai propri propositi". Arrivati a questo punto mi sembra inevitabile pensare che per alcune persone, per quelle che sostengono gli Awater, un autore debba essere un mero descrittore della volontà del lettore. All’estremo si potrebbe pensare ad una sorta di lotteria con cui si assegnerebbero a caso le storie: tanto alla fine quello che importa è che la storia si chiara e scritta in modo comprensibile. Dunque un autore assente, completamente nascosto all’interno di un racconto, anche negli ideali dei personaggi. Dovrebbe essere tanto bravo da eliminare ogni elemento che potrebbe dare al lettore anche una minima traccia del suo soggettivo pensare. Ma questa è una provocazione, andiamo avanti. Senza la presenza di un autore non esisterebbe racconto e le opere scelte a caso avrebbero lo stesso stile, sebbene probabilmente una diversa scelta di ordine e intreccio. Inoltre un autore per sua inclinazione è spinto ad avere con la propria opera una sorta di rapporto padre-figlio e cederebbe sicuramente alla tentazione di inserire almeno un lieve e sottile filo rosso che porti verso di lui. Senza senso cosa starebbe lì a fare un libro? Tolkien – rispettiamolo – non avrebbe scritto senza voler donare un mondo alle lingue da lui inventate e - molto probabilmente - la Rowling non scrisse il primo Harry Potter con l’idea e la certezza di vendere milioni di copie e diventare ricca. E’ in uno stato critico, la posizione dell’autore. E non venite a dirmi che questa considerazione è inutile perché prima di mettermi a scrivere un romanzo fantasy con la storia che ho in mente io voglio sapere perché scriverlo, se è utile scriverlo e soprattutto se si capirà anche quello che io voglio condividere con gli altri. Una sorta di concetto nietzschiano: non voglio stare nella schiera di coloro che dicono cosa è leggibile o meno, non ne sono adatto; piuttosto preferisco raccontare con un fine, ovvero quello di dare una mia personale visione delle cose, che non escluda però altri punti di vista. Una definizione che probabilmente vedrà maggior chiarezza e completezza alla fine di tutte queste parole. Ma tornando in cima alla lista di domande, credo di essere giunto al punto di dover fare un punto (?) della situazione. Lettori, Critici e Significati - Gli scrittori sono finiti in due punti: o a cercare di creare qualcosa di soggettivamente impegnato oppure a creare qualcosa che possa raccontare una forte storia e vendere. Da una parte si scrive per un fine, dall'altro per una causa; il fine è dare qualcosa al pubblico (inteso in senso di significati, idee, conoscenze), la causa e raccontare una storia che sembrerebbe essere originale (idea drammatica). Poi abbiamo il critico che dovrebbe indirizzare verso la qualità, indipendentemente dal tipo di scrittore: indicherebbe quindi lo stile migliore, il fine migliore, l'idea migliore. Quindi Lettore, Pubblico e Massa: il primo è l'individuo che si mette di fronte al libro, il secondo l'insieme degli individui, il terzo un'entità sociale che affronta il libro non solo in modo diretto (leggendolo) ma anche indiretto (attraverso pubblicità e consigli). Arrivati qui voglio quindi proporvi un sunto ulteriore. Non esistono in realtà critici che non siano anche lettori e viceversa; inoltre un critico che è anche un lettore tende, per necessità, a ricercare qualcosa che vorrebbe lui in quell'opera se fosse sua. Quindi perchè non sommare il tutto? Non esiste una tipologia di persona che possa descrivere un comportamento da lettore-autore ed uno da lettore-critico? Certo che esiste. Si chiamano Lettore Semantico e Lettore Critico e non sono mia invenzione. Il primo attua un processo con il risultato che "il destinatario, di fronte alla manifestazione lineare del testo, la riempie di significato"; il secondo invece "cerca di spiegare per quali ragioni il testo possa produrre quelle (o altre alternative) interpretazioni semantiche". Questo risolve moltissimi problemi perchè ci pone con meno personaggi da trattare: un lettore-autore, un lettore-critico ed un lettore-lettore (che potrebbe essere uno spettatore, il classico lettore che non si cimenta né in giudizi pubblici né in altre opere). Ora ci manca sapere solo quale fine c'è nello scrivere e soprattutto come scrivere, con che modalità il lettore-autore deve affrontare la sua opera.
Umilmente, Spirito Giovane a.k.a. Daniele

6 maggio 2009

XXXIV° - La Coincidenza del Senso Autoriale

Terzo appuntamento riguardo alla scrittura. Buona lettura.
The Acrobat, 1930, Marc Chagall
In bilico – Riprendiamo l’esempio fumettistico della Civil War. Perché l’eroe è la metafora perfetta dell’autore, meglio ancora dello scrittore? Perché è un’entità duplice. Ha una persona ed una maschera che è un’altra realtà, un’entità di facciata. L’autore mette all’interno delle sue opere la stessa cosa che indossa l’eroe fumettistico: un suo duplicato con maschera. E questo capita per ogni autore: che sia un Wate o un Awater, alla fine lo stile, le intenzioni, la storia e tutto il resto, in modo più o meno esplicito, danno una impronta dell’autore. Se è però vero che ogni autore ha un’impronta che lo caratterizza, è altrettanto vero che ogni autore può in modo soggettivo piacere o meno al pubblico, inteso come “maggioranza del lettori”. Così ritorniamo sempre ad una situazione di stallo: nessun vincitore. Ma cosa differenzia i due cammini? [so già che mi odierete per tutte queste domande, ndr] In realtà la differenza non sta a livello teorico, ma pratico. La differenza è a livello di personalità, di esperienza, di conoscenza, di punto di vista. Quindi la maschera può differenziare due persone che la indossano, ma saranno sempre accomunati da quella maschera che indossano; la differenza sta sotto la loro maschera ed è quello che bisogna andare a scoprire. La soggettività è il pregio ed il difetto degli autori e chi vince alla fine è uno fra i due: o quello che piace al maggior numero di persone o colui che scende ad un compromesso tra soggettività ed oggettività. Allo stesso modo bisogna distinguere fra lettore, pubblico e massa, poiché sono tre livelli di una stessa identità. Il lettore è quell’entità individuale a cui uno scrittore inconsciamente pensa qual’ora scrive qualcosa: è un modello di colui che potrebbe prendere in mano il suo libro e interpretarlo. Così io quando scrivo – e scrivo, oltre a sbrodolare su questo blog – a volte cancello tutto quello che ho fatto per rendere un passaggio più chiaro, comprensibile anche a coloro che non sono avvezzi a certi generi o a certe meccaniche. Ma il lettore è anche colui che tacitamente fa un patto con lo scrittore: leggerà l’opera ma non la utilizzerà per fini propri; farà un'opera di interpretazione del testo, cercando ciò che l'autore voleva suggerire e/o esprimere e/o donare. Se in caso contrario il lettore si ribella, l’utilizzo che fa del testo non è coincidente con l’utilizzo che l’autore ha concepito; e la lettura non è più interpretazione. Così allo stesso modo il pubblico è l’insieme reale dei lettori, tutti quelli che leggeranno. La differenza fra Lettore e Spettatore è semplice: il secondo non fa un'opera di interpretazione. Bisogna tener conto che in un pubblico eterogeneo chi legge può provenire da un ceto A come da un ceto B, da una etnia A come da una etnia B, da una religione A come da una religione B, ecc. Questo vuol dire che la maggior parte degli Spettatori leggono, ovvero si lasciano trasportare dal senso sociale di un fatto. Ovviamente fra questo pubblico ci saranno alcune persone che, invogliate dalla beltà dello scritto, cercheranno di interpretare; ma la maggior parte giudicherà in base a ciò che vede e nient'altro, un po' come quando la musica metal cantata in growl viene definità "inutile spreco di fiato" o "musica del demonio" da questa o quella persona non avvezza al metal. La massa è invece una parte del pubblico che non solo non interpreta ma a volte anche non legge. E' quel gruppo di persone che parla di una cosa senza averla mai vista, per sentito dire, pasticciando con i luoghi comuni. Da qui una lettura - se c'è - superficiale, in cui il senso dell'opera reale viene alterato per seguire i propri interessi. Esiste massa positiva e negativa: la prima è il gruppo di fan sfegatati che continuerà ad osannare il proprio idolo per partito preso, un po' come i genitori o i parenti; il secondo gruppo è costituito da coloro che non sopportano l'autore o che si propongono di leggere opere partendo già con il pregiudizio che sia sbagliata e alterandone il senso per giustificarsi. Le tre entità sono collegate, come lo sono io – superio – es in psicologia o come lo sono persona – eroe – maschera nei fumetti: tre aspetti di un’unica entità. Ma, se torniamo indietro a vedere le entità autoriali, ci accorgiamo che ce ne sono solo due: Wate predilige assolutamente i Lettori, Awater predilige le masse, o almeno così dovrebbe logicamente essere. Quindi esiste una terza strada?
François Pascal Simon Gérard "On the Bank of the Lora, Ossian Conjures up a Spirit with the Sound of his Harp"
Coincidenze- Il pubblico deve per forza esistere. Piacere al pubblico non è un’azione di seduzione o di corruzione: si tratta semplicemente di fare un atto politico e cercare di creare un’opera chiaramente leggibile per il più alto numero di lettori, senza però venir meno ai propri principi. Quindi invece di pensare ad un lettore modello, un autore che vuole sfondare dovrà pensare a più lettori modelli e più ne ha meglio accontenta i suoi futuri lettori. Queste sono le vere tre intenzioni, dove quindi la terza via, quella centrale, è la via dell'Eroe, quella che tenta di piacere al pubblico. Colui che tenta questa strada, attenzione, non deve escludere un proprio senso autoriale, quello che metterebbe all'interno dell'opera se ci fosse un'interpretazione: il lavoro è quello di conciliare interpretazione e senso letterale. Bisogna partire quindi dal presupposto che non tutti avranno voglia e tempo di analizzare e scovare i sensi nascosti, secondari, di un'opera, ma molto la leggeranno per quello che è. Quindi bisogna partire da questo punto: creare un'opera che letteralmente possa essere interpretata già nel momento in cui si legge. E' poi facoltativo o comunque costruzione secondaria l'aggiungere significati metaforici e allegorici per coloro che, comunque, andranno ad analizzare. Far coincidere senso letterale con senso autoriale è arduo da trasformare in pratica. Ma tenterò comunque di fare un esempio, sperando che nessuno mi misinterpreti. Ammettiamo che io debba descrivere una scena che può essere così riassunta:

Una donna e due uomini si recano da un quarto uomo per estorcergli notizie su una quinta persona.

Ora potrei risolvere il tutto in poco spazio:

Francesca si reca a casa di Carlo, insieme ad Enzo e a Giovanni: il uso obbiettivo è sapere dov'è Simona. Dopo un'ora di torture Francesca viene a conoscenza della casa in montagna di Simona: forse la donna è nascosta lì.

Senza stare qui ad analizzare dubbi, errori e cose che non vanno, ammettiamo che queste due righe non mi vadano bene perchè voglio sottolineare le seguenti cose: 1 - La forza impressionante e la malvagità della donna; 2 - Come Carlo rivela le cose (tortura); 3 - Cosa rivela Carlo. Inizio quindi a capire che non ha gran senso concentrarsi su Enzo e Giovanni, se sono due personaggi che tanto non c'entrano con l'azione; ed anche tutto il tragitto fino a casa di Carlo non è importante. Il focus primario è Francesca, poi la tortura, quindi la frase di conclusione deve essere il luogo dove sta Simona.

Improvvisamente la porta si aprì con un boato. Carlo accorse per capire cosa stava succedendo, ma, appena giunto in corridoio, una mano gli strinse con energia il collo e lo inchiodò a qualche centimetro dal suolo, contro il muro. Qualcuno stava frugando in casa sua ed aveva fretta, a sentire dalla confusione che quelle persone stavano facendo. Intanto una voce sussurrò qualcosa all'orecchio di Carlo:"Dove sta Simona?". Carlo era concentrato su altro: sperava che quelle persone non trovassero l'inidirizzo della casa in montagna di Simona sotto il quadro in soggiorno. Quando tornò in se si accorse che la persona che lo teneva ancorato al muro era una donna, straordinariamente forte. La reazione fu istintiva:"Non lo saprai mai da me!". Uno sputo colpì in pieno il volto della donna. "Scommettiamo?" disse lei, pulendosi la guancia. Dalla tasca del giubbotto spuntò un coltello con il quale la donna torturò senza sosta Carlo finchè l'uomo non le rivelò l'indirizzo di Carla.

Ovviamente questo esempio è stato scritto in modo sbagliato. Prima di tutto l'autore in questo caso ha posto l'accento più sull'azione che sui personaggi. Inoltre non ha prestato ampio focus a Francesca - della quale non si rivela manco il nome - e soprattutto a citato il biglietto con l'indirizzo di Simona (sotto un quadro?) e non l'ha poi utilizzato. Cosa si può migliorare qui? Prima di tutto eliminare il biglietto sotto il quadro e la scenetta di Carlo che sente quelle persone cercare; secondo, concentrarsi sulla tortura in modo maggiore; inserire più dialogo durante la tortura e meno nella primissima parte, magari inserendo un gap temporale.

Quando la porta esplose, Carlo era in soggiorno. Preoccupato, si alzò e corse in corridoio: fu lì che lei lo prese per il collo, lo spinse contro al muro e lo tramortì con un fazzoletto intriso probabilmente di etere. Quando Carlo si risvegliò, era ormai tramontato il sole. La stanza in cui si trovava era stata rivoltata da capo a piedi e si sentivano ancora rumore di assi e vetri rotti nella stanza da letto. Poi, quella voce costrinse Carlo a pensare ad altro. "Dove sta Simona?" chiese la donna. Carlo tentò di concentrarsi e capire dove fosse: era legato ad una sedia ed era in cucina. La donna gli strattonò la testa, prendendolo per i capelli. "Dov'è?" la sua voce era meno melliflua e più irata. "Non lo so, Francesca" disse Carlo, che aveva riconosciuto la donna più dal profumo che emanava che dalla sua irriconoscibile irruenza. "Non ho tempo per giochini sotto le coperte, Carlo. Dovrai dirmi quello che sai" disse Francesca. Carlo si voltò dalla parte opposta e vide fuori dalla finestra due energumeni che facevano la guardia davanti alla porta sfasciata. Poi un dolore improvviso lo costrinse ad emettere un piccolo gemito. "Come vedi non sono venuta impreparata" la donna camminava dietro la schiena di Carlo ed ogni volta che si avvicinava a lui era come se una sigaretta venisse spenta sulla pelle dell'uomo, che strinse i denti per non urlare. "Posso continuare fino a domattina, se è necessario" e detto ciò, la donna prese con una mano l'indice di Carlo e lo spezzò come fosse un grissino. L'uomo non riuscì a trattenersi. "Hai venti dita, contando quelle dei piedi. Poi passerò alla lingua" e con le dita accarezzò il collo di Carlo "quindi alle orecchie" diede un bacio sul collo a Carlo "e poi scenderò più in basso". Con una mossa repentina, Francesca afferrò il collo di Carlo e lo sollevò da terra insieme alla sedia, girandolo verso di se. "Mi vuoi baciare, amore mio?" disse ironicamente. Carlo gli sputò in faccia. Lei si asciugò la guancia e lo baciò, con fervore. Poi gli morse il labbro fino a farlo sanguinare; il caldo liquido scivolò fino a terra. Lei smise e leccò tutto il sangue che si era versato sul mento di Carlo, poi afferrò una forbice. "Usa la lingua prima che te la morda: dimmi dove sta Simona".

E così via. In questo modo Francesca ha quella parvenza di donna dalla forza sovraumana, ma non solo: è un personaggio che rimane nella mente e che lo rimarrà per tempo. Carlo invece sta assolvendo il compito di custode: si guarda attorno per cercare una via di fuga e vede i due energumeni. La sua tortura è necessaria: evidentemente quelle persone non hanno trovato quello che cercavano in casa. Ovviamente questo esempio è stato creato su due piedi (?) e di fretta (?). Ma credo che sia palese cosa intenda con questo post. Quindi concludo qui e lascio tutte le altre domande aperte per il prossimo influsso!
Umilmente, Spirito Giovane a.k.a. Daniele

4 maggio 2009

Influsso XXXIII° - Le due intenzioni (?)

Continua il mio personale viaggio verso una personale definizione dello scrittore.
La perdita del mito – "Quante domande senza risposta!": questo mi sono detto quando ho considerato l’idea di far venire i nodi al pettine con questi interventi. Le domande, riassunte in otto sagaci punti nel precedente punto, verranno analizzate una per una partendo però dal Secondo Punto e lasciando il Primo per ultimo, visto che nei miei ragionamenti la tematica è affrontata come conclusione. Durante la stesura delle idee per questi Influssi mi sono permesso di intraprendere la lettura di quello che da alcuni viene ritenuta una saga importantissima del fumetto americano: la cosiddetta Civil War. Cosa c’entra questo con gli scrittori? Nel fumetto, senza rivelare nulla della trama, vengono contrapposti due tipologie di eroi; anzi, due ideologie, due punti di vista, due filosofie. Nella prima viene inserito l’eroe come salvatore e guida dell’umanità; nella seconda rientra invece l’eroe come simbolo ed esempio dell’umanità. Sono due lati della stessa moneta che nella storia vengono contrapposti con degli eroi che sono essi stessi sull’orlo tra una e l’altra teoria. Nel fumetto la gente vuole la sicurezza che queste guide o simboli siano essi stessi sicuri, pronti, preparati, competenti (Who will watch the Watchman? – Quis custodiet ipsos custodes?). Chi appoggia la gente ovviamente rientra più nella seconda categoria, quella del simbolo, mentre coloro che la osteggiano rientrano nella prima, della guida. L’importanza che trasuda dal fumetto è questo scontro inutile, a mio parere: gli eroi sono sia guide che simboli, sia salvatori che esempi. E’ una qualità intrinseca. Ma la Marvel ha giocato bene le sue carte. Dove sono gli autori se non in bilico sullo stesso divario? Da una parte c’è la tradizione, l’autore come guida o come istruttore (ricordando che per i greci la funzione del teatro era quella di insegnare ai giovani); dall’altra invece c’è l’autore come simbolo ed esempio della massa (tant'è che gli stessi miti greci erano modelli che potevano essere declinati in differenti modi). Vogliamo definirli, giusto per non andare in confusione? Il primo lo chiameremo Wate, colui che tenta di indicare un cammino, senza imporlo ovviamente; il secondo lo chiameremo Awater, giusto per fare un paio di battute di spirito. Ora voglio iniziare un viaggio breve e mentale e quindi prego coloro a cui non interessa minimamente la speculazione e il ragionamento di saltare all’ultimo punto, alle conclusioni, con l’accordo tacito e silenzioso che accetterete le conseguenze del ragionamento senza il filo conduttore. Bene, cominciamo. La differenza tra Wate e Awater dove sta? Il primo autore è attivo, il secondo è passivo. Il primo creerà testi che sono celle di contenimento di idee che la società o non ha espresso o che sta per esprimere. Il secondo creerà testi che saranno contenitori di idee che la società esprime o ha espresso. Il primo specula e racconta, il secondo analizza e descrive. Così come i tragediografi greci inserivano all’interno dell’opera quei concetti della loro civiltà, come la descrizione della posizione della donna o degli schiavi; così come il commediografo latino Terenzio in un’opera come gli Adelphi faceva una sorta di previsione sulla dimensione del pater familias e sulla possibile caduta del suo ruolo all’interno della società; o del modo di vedere del pater familias, del suo perbenismo, se si può utilizzare tale concetto che all’epoca non esisteva. Quindi Boccaccio descriveva la società del tempo mentre Petrarca anticipava il gusto per la poesia sentimentale? Troppo spinto come paragone. Al contrario le comiche descrivevano quello che era all’ora il teatro comico mentre i primi registi cercavano di produrre qualcosa che non era la mera riproduzione di eventi già visti. Quindi le tre corone che cosa sono? Credo che sia accaduto questo all’interno della dimensione dell’autore: prima si spiegava l’inspiegabile con l’inesistente; ora si rassicura il possibile con la stessa inesistenza. Ovvero, in termini meno poetici. Prima l'opera letteraria colmava il vuoto di conoscenza del lettore trasmettendo conoscenze in cui l'autore credeva e che non erano necessariamente vere o verosimili. Ora invece le opere letterarie non possono più informare il lettore in quanto egli ha una conoscenza maggiore dei lettori di epoche precedenti; inoltre l'autore stesso delle opere idealmente non sa né più né meno del lettore, a meno che non si tratti di opere saggistiche o didattiche, quindi non-fiction: tali opere svuotano il lettore dalla paura dell’inspiegabile, ovvero tendono a garantire a chi legge che certe cose non possono accadere; e se tali eventi vengono letti e decretati da un lettore come non verosimili, l'opera stessa perde interesse. Scendendo ancora in una dimensione più esemplificante: lo scrittore un tempo incanalava nelle proprie opere quella materia informe che era l’ideale del suo tempo o l’ideale di un tempo a venire. Oggi lo scrittore agisce in modo contrario: crea un’opera che descrive gli ideali della società a lui contemporanea o appena passata per registrare, ricordare, far tornare in vita, garantire che qualcosa esiste, nonostante non lo si veda. Credo sia evidente che nessun autore pensa di essere né un Wate né un Awater, sono solo mie ipotesi e speculazioni. Ma personalmente fanno capire al sottoscritto che ci sono due modelli che tacitamente vengono accettati. Ed uno è quello che porta verso la creazione di opere senza stare ad occuparsi di chi leggerà le proprie opere; mentre l’altro porta a coloro che pensano soltanto a chi leggerà quelle opere. Ora ritorniamo ad una delle domande iniziali: l’autore oggi dove sta? Esistono solo queste due intenzioni autoriali o ne esistono altri. Al prossimo punto.
Umilmente, Spirito Giovane a.k.a. Daniele

2 maggio 2009

Influsso XXXII° - Archeologia

Primo dei famosi post sulla scrittura. C'è MOLTISSIMA carne al fuoco, devo dire. Prima di iniziare con la carne, parlo del fuoco. Sono stato assente molto tempo dal blog per motivi che i miei lettori, spero fanatici della fantasia, possono liberamente e senza problema immaginare. Università. Ragazza. Amici. Lavoro (ebbene si, anche quello). Chitarra. Musica. Giochini in flash (doh!). Giochini non in flash (doppio doh!). Preciso anche una cosa futura: dopo questa serie di post mi concentrerò sul concreto: dedicherò più tempo al blog musicale - ho diverse cose da dire in quell'ambito - e cercherò di scrivere e basta, avendo - si spera! - esaurito le discussioni prettamente teoriche e e filosofiche. Ah, darò un premio (non in denaro, nè in natura) a colui/colei che indovinerà la fonte dei titoli di questi post.
Scribo, ergo sum? - Non sembrerebbe, ma molti si sono già posti i dilemmi che vado a propormi di risolvere. Questo è il dilemma che vado ad affrontare e che permea i miei pensieri: lo scrittore. Chi è e dove sta nelle sue opere, in primo luogo? Come opera, in secondo? Questo è il primo di una serie di Influssi per me fondamentali; e dico per me perché alcuni potrebbero pensare che tutta questa speculazione pseudofilosofica di un comune essere umano di vent’anni potrebbe essere del tutto inutile, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che esistono delle precise avvertenze: se non vi interessano le diatribe teoretiche/teoriche su chi sia uno scrittore e tutto ciò che lo circonda, non esitate. Chiudete il mio blog. Se cercate invece spunti originali per creare nuove ambientazioni e/o nuove opere, rivolgetevi altrove per ora: io tratto per mia necessità il problema dello stile e dell’estetica delle opere, con tutto il procedimento relativo. Sono partito da alcuni punti che indicherò a breve e riscriverò qui tutto il procedimento logico e teorico che mi ha portato ad una conclusione che già sto applicando mentre vi scrivo. Quindi se volete trovare altro, cercate ovviamente altrove - e amici come prima! XD
Ecco quindi cosa mi ha spinto a pensare riguardo alla scrittura in generale:
  1. questi post di Gamberetta e di Andrea D'Angelo e anche questo di Taotor; benchè sia partito dalle loro considerazioni questi post non saranno una attribuzione di verità/falsità, né una diatriba su idee che altri sostengono: semplicemente voglio precisare una fonte che mi ha spinto in questa direzione, tutto qua.
  2. Tutto ciò che corsi universitari possono fornire in queste discipline: Semiotica, Critica Cinematografica, Storia del Teatro greco e latino.
  3. Alcuni scritti di Umberto Eco, approfondimenti ulteriori allo studio della Semiotica.
  4. Vecchi Influssi che potete trovare qui sopra sotto l'etichetta scrivere.
Detto ciò, ultima considerazione/avvertimento, forse il più importante: è tutta una grande speculazione, che collega elementi che potrebbero essere definiti al contrario come incollegabili. Spero che almeno uno o due di quelli che mi leggiucchiano possano trovare spunti interessanti.
La nascita del mito – Alle origini di ogni evento in tempi antichi c’era il mito. Spiegava cose inspiegabili, sanava lacune profonde. Il mito era il tema preferito dagli autori delle tragedie, che ne rappresentavano versioni differenti in modalità e punto di vista. E così anche per quanto riguarda i film, anche se in maniera non del tutto analoga, esiste un’epoca del Novecento in cui il mondo cinematografico aveva generato un mito, una sorta di verosimiglianza che era rappresentata da ciò che il film trasmetteva. Ma per quanto riguarda la letteratura? Dante, Petrarca e Boccaccio sono un mito della letteratura? Anzi, sono un mito della scrittura? Sono le tre corone, il culmine di un’epoca di poesie e prosa. Eppure Petrarca divenne famoso non per le opere a cui teneva maggiormente, ma con quelle scritte nel tempo libero (come se io mentre sto sul cesso scrivessi un film da 11 oscar, insomma, ndr). Anche Dante scrisse il De Vulgari Eloquentia che venne dimenticato fino al 1500 circa, riscoperto in vista della questione della lingua italiana. E Boccaccio divenne famoso per il suo Decamerone? Pensiamo invece ad altri poeti più recenti, come Parini e D’Annunzio, che si proponevano come guide, come araldi; il primo della stessa figura di poeta e di intellettuale politicamente impegnato, il secondo di quella che stava nascendo in quel periodo: la massa. Ma D’Annunzio, a differenza di Parini, era teso a conquistarlo, questo pubblico. Ho citato fin troppo Montale e lo citerà ancora; egli è per me il primo autore che ha capito cosa vuol dire guerreggiare con la massa, lottare per far riaffiorare lo scrittore; ma quale scrittore? Quello che trasmette i suoi propri ideali e il suo personale genio, oppure quello che descrive o inscrive la società all’interno di un’opera? Eppure lui lo dice palesemente in una sua conosciutissima e forse ormai inflazionata poesia: Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Questo vuol dire che, se prima gli autori tramandavano – o trasmettevano – conoscenza ed ideali, ora invece possono dire solo ciò che non sono e ciò che non vogliono? Io stesso, seguendo un certo punto di vista, sto scrivendo ora su cosa non siano odiernamente gli scrittori (i cosiddetti vati della poesia) e su cosa non vogliono essere (di sicuro chi scrive non vuole essere inutile). Eppure mi chiedo realmente cosa voglia dire scrivere e mi trovo di fronte a due schiere di persone che la pensano in modo totalmente differente: le prime attribuiscono all’autore la totale sovranità sull’opera; sono coloro che pensano che un’opera debba avere un senso e che l’autore ponga all’interno di ciò che produce una propria impronta stilistica e filosofica (?). La seconda schiera è invece più critica, fortemente intransigente e designa un’opera come qualcosa che il pubblico deve apprezzare, come qualcosa che non sia declinabile in denaro (conoscenza gratuita per tutti? Democrazia della cultura?); probabilmente sono coloro che vogliono libertà assoluta nell’opera, libertà di giudicare i fatti ed i personaggi, e che non vogliono intromissione da parte dell’autore. Ora non ci resta che capire alcune cose.
Prima di tutto se questa mia descrizione corrisponde alla realtà oppure se esistono altre schiere di persone e se sono la maggioranza. Secondo, bisogna capire realmente dove si sia infilato l'eroe-scrittore e dove sia finito il fantasma-lettore. Terzo, comprendere le intenzioni di entrambi. Quarto, il più importante. Quinto, comprendere il senso e la motivazione della scrittura. Sesto, definire i comprimari, come i critici e la massa. Settimo, comprendere cosa vuole dire stile di scrittura, quali stili esistono, quali usare e perchè. Ottavo, arrivare a delle conclusioni soddisfacenti al fine di poter trovare un $%&&/ di posto a chi scrive e a chi legge. A presto con il primo punto.
Umilmente, Spirito Giovane a.k.a. Daniele Fusetto
 
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